crociate

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inizio crociate

1095

Nel 1095 Papa Urbano II invocò la prima crociata in occasione di un sermone durante il Concilio di Clermont. Egli incoraggiò un sostegno militare all'Impero Bizantino e al suo imperatore Alessio I Comneno, che necessitava di rinforzi per contrastare i musulmani che avanzavano in Anatolia. Uno degli obiettivi di Urbano fu quello di garantire ai pellegrini l'accesso ai luoghi sacri sotto il controllo musulmano, ma non tutti gli storici concordano che questa fosse la principale motivazione. La riuscita della prima crociata permise di fondare i primi quattro stati crociati nel Mediterraneo orientale: la contea di Edessa, il Principato di Antiochia, il Regno di Gerusalemme e la contea di Tripoli. L'iniziale successo creò un precedente favorevole per le successive spedizioni. I volontari divenivano crociati pronunciando un voto pubblico e ricevendo così l'indulgenza plenaria. Alcuni di essi confidavano in una salita di massa in paradiso a Gerusalemme o il perdono di Dio per i loro peccati. Altri parteciparono per ottemperare ad obblighi feudali, per ottenere gloria e onore o per motivi economici e politici. Per quanto riguarda i musulmani tali conflitti si posero nell'ambito della rapida espansione politico-religiosa dei Selgiuchidi che nell'XI secolo si proposero di invadere l'impero bizantino. I Turchi selgiuchidi, a partire da Toghrul Beg, avevano occupato la Persia, la Georgia, l'Armenia e alcuni territori bizantini in Anatolia; dopo l'invasione dell'Armenia e la costituzione del sultanato di Rum, arrivarono a progettare l'invasione di tutto l'impero bizantino e quindi la penisola balcanica.

seconda crociata

1145 - 1149

La seconda crociata (1145-1149) fu la più imponente spedizione crociata, successiva a quella del 1096, condotta dall'Europa contro l'Islam. Fu la diretta conseguenza della caduta della contea di Edessa avvenuta nel dicembre del 1144, ad opera dell'atabeg Zengī (arabo ‘Imād al-Dīn Zengi) di Aleppo e Mosul - che, con la città anatolico-mesopotamica di Harrān, costituiva la regione che gli Arabi chiamavano Jazira (letteralmente "l'isola") - solo nominalmente dipendente dai Selgiuchidi e, ancor più simbolicamente, dal Califfo abbaside. La contea di Edessa venne fondata durante la prima crociata (1096-1099) dal re Baldovino di Boulogne nel 1098 come primo stato crociato e fu anche il primo a cadere.

La seconda crociata venne annunciata da papa Eugenio III e fu la prima ad essere guidata da regnanti europei, ovvero Luigi VII di Francia e Corrado III di Svevia, coadiuvati da numerosi altri nobili. Gli eserciti dei due re marciarono separatamente per tutta l'Europa e, dopo aver attraversato il territorio bizantino in Anatolia, vennero entrambi sconfitti dai turchi Selgiudichi. La principale fonte storiografica cristiana occidentale, rappresentata dalle cronache di Odo di Deuil, e le fonti cristiane siriache, raccontano che l'imperatore bizantino Manuele I Comneno operò segretamente per ostacolare l'avanzata dei crociati, in particolare durante il loro passaggio in Anatolia, dove si ritiene che abbia deliberatamente ordinato ai Turchi di attaccarli. Luigi VII e Corrado III, con i resti dei loro eserciti in rotta, raggiunsero Gerusalemme e, nel 1148, si lanciarono in uno sconsiderato attacco a Damasco. La crociata si concluse così con il completo fallimento dei cristiani e con il rafforzamento dei musulmani, un epilogo che contribuì alla caduta di Gerusalemme, che avvenne circa quarant'anni più tardi, e alla conseguente proclamazione della Terza Crociata alla fine del XII secolo.

terza crociata

1189 - 1192

La Terza Crociata (1189-1192), venne bandita dal papa Gregorio VIII, che salito al soglio pontificio alla morte di Urbano III, rimase papa per soli 2 mesi. Alla sua morte gli succedette Clemente III. La motivazione di questa nuova spedizione, fu la caduta di Gerusalemme avvenuta per opera del condottiero turco Saladino, che con una serie di grandi vittorie aveva esteso il proprio dominio sull’Egitto e su una parte dell’Arabia. A differenza dei suoi avversari crociati, Saladino non massacrava le popolazioni delle città vinte, anzi, concedeva ai superstiti, dietro pagamento di un modesto riscatto di poter tornare in patria; solo chi non era in grado di pagare quanto richiesto veniva trattenuto come schiavo. Ma in seguito egli abolì anche questa richiesta, permettendo a chiunque aveva determinate capacità o disponeva di una propria attività di sostentamento, di rimanere come uomo libero ad esercitare la sua professione. Sebbene a questa crociata parteciparono in prima persona il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, il re di Francia Filippo II e l’Imperatore di Germania Federico I Barbarossa, non vi furono risultati rilevanti. Troppi erano infatti i motivi di attrito tra le varie componenti nazionali, che giunsero a combattersi tra loro per il possesso di alcuni dei territori conquistati. Il rapporto più ambiguo fu quello che intercorse tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo II, che ebbe come conseguenza finale l’abbandono della crociata da parte del re di Francia. Alla luce di questi eventi, Gerusalemme rimase in mano turca, anche se ai cristiani residenti veniva concesso libero accesso alla Città Santa. Per la prepotenza e la violenza dimostrata dalle truppe cristiane L’imperatore Bizantino Isacco Angelosi vide costretto ad allearsi in più occasioni con i Turchi, poichè si era reso conto che la presenza degli occidentali comportava più danni che vantaggi, convicendosi inoltre che anzichè aiutarli, i crociati era meglio combatterli. Dopo il ritiro dalla scena di Filippo II di Francia, Riccardo Cuor di Leone raggiunse un accordo di pace con Saladino. Ma sulla via del ritorno, la sua flotta venne dispersa da una burrasca ed egli, scampato al naufragio, venne catturato e consegnato a Enrico VI che lo imprigionò. Più tragica fu la fine dell’Imperatore Federico I, che annegò durante l’attraversamento di un fiume, e lasciò quindi il proprio esercito allo sbando. Egli era partito da Ratisbona nel maggio del 1190 e alla testa di un numeroso esercito iniziò una marcia di trasferimento in territorio balcanico tra mille difficoltà. Le voci allarmistiche artatamente messe in giro dagli agenti dell’Imperatore bizantino Isacco Angelo, fecero si che l’esercito tedesco trovasse sul suo cammino solo città e vilaggi abbandonati e privi di ogni genere di sussistenza, riducendo così l’armata imperiale di Federico I ad un branco di iene affamate. Ma Isacco non aveva tenuto conto delle conseguenze che questa sua iniziativa avrebbe potuto causare. L’imperatore germanico inviò alcuni ambasciatori presso l’imperatore bizantino affinchè egli provvedesse a far pervenire gli aiuti necessari al sostentamento delle proprie forze e a fargliene trovare altri lungo il percorso che ancora rimaneva da fare. Isacco Angelo, anzichè ascoltare la missione diplomatica, la fece imprigionare. Federico I, intuito il doppio gioco che l’imperatore bizantino stava esercitando nei confronti degli eserciti occidentali, scrisse al figlio in Italia di procurarsi una flotta e raggiungere la Grecia. La notizia che l’esercito tedesco stava dirigendo via mare su Costantinopoli, allarmò Isacco, che preso dal panico inviò propri ambasciatori presso il Barbarossa con gli aiuti richiesti, e acconsentendo a fargli trovare altri approvvigionamenti lungo il percorso. Si disse anche disponibile a trasportare via mare l’armata in Asia Minore. Qui sbarcato, Federico I si trovò a dover affrontare nuovamente dei problemi di approvvigionamento, causati dal mancato mantenimento dei patti da parte dei governatori locali, che si rifiutavano di consegnare i viveri pattuiti all’esercito tedesco. Difronte all’ennesimo tradimento egli diede l’ordine di saccheggiare il paese, rifocillando in tal modo le sue truppe e proseguendo quindi la marcia fino a raggiungere le rive del fiume Salef, in Cilicia. Il 10 giugno del 1190 volle rinfrescarsi nelle acque di un piccolo corso d’acqua, ma mentre si trovava in acqua, colpito forse da una crisi cardiaca, Federico I Barbarossa scomparve nelle acque del torrente, ricomparendo ormai privo di vita qualche decina di metri più a valle. Il suo esercito, privo di altri condottieri in grado di proseguire la spedizione, fece a più riprese ritorno in patria, decimato dalle diserzioni. La morte di Federico I diede un pò di respiro a Saladino, che si ritrovava con un forte avversario in meno da affrontare. La sua posizione rimaneva comunque molto critica: in aprile il re di Francia Filippo II era sbarcato con il suo esercito nei pressi di Acri, mentre agli inizi di giugno, ad aumentare le sue proccupazioni ci pensò il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che giunse via mare con la sua armata. In Terra Santa, Guido di Lusignano riuscì ad organizzare l’assedio di Acri, senza tuttavia ottenere risultati apprezzabili, conseguenza dell’ottima organizzazione dei difensori. Anche con l’arrivo dei crociati francesi di Filippo II, le cose non cambiarono e la città continuava a resistere con fierezza. A risolvere la situazione, il 10 giugno del 1191, giunse il grosso dell’esercito crociato costituito dalle truppe inglesi guidate dal loro re Riccardo Cuor di Leone. Volendo risolvere in fretta la questione di Acri, egli cercò di trovare un accordo per una soluzione pacifica con Saladino, che però, a causa di vari motivi non fu raggiunto. Il 12 luglio, il re inglese diede inizio all’attacco, riuscendo a superare le difese musulmane e riconquistando la città. I 2.700 difensori di Acri presi prigionieri con circa 300 loro familiari, vennero trucidati senza pietà dai cavalieri cristiani. Ciò era in aperto contrasto con il trattamento più umano riservato da Saladino ai cristiani di Gerusalemme, nessuno dei quali venne assassinato dopo la caduta della città. In agosto Riccardo Cuor di Leone iniziò la sua marcia verso Gerusalemme e il 7 settembre sconfisse le forze di Saladino presso Arsuf; occupò quindi la città di Jaffa e verso novembre si trovava con il proprio esercito a pochi chilometri da Gerusalemme. La città era molto ben difesa dai saraceni e quindi molto meno facile di Acri da conquistare. Anche in questo caso il re tentò di intavolare delle trattative per una soluzione pacifica del conflitto, ma senza risultato. Ma i veri problemi erano all’interno della coalizione cristiana: nello schieramento crociato erano infatti riesplosi gli antichi odi tra genovesi, pisani, e veneziani, tra francesi ed inglesi, tra le forze di Guido di Lusignano e Corrado di Monferrato. Il primo ad abbandonare la crociata fu il re di Francia Filippo II, che con una scusa, lasciò il campo tornando in patria. Altri gruppi componenti l’esercito cristiano fecero ritorno ad Acri dove diedero il via ad una serie di scontri per il possesso della città, che quando ricadde in mani musulmane risultava dominata da 16 diverse famiglie feudali. Rimasto solo davanti a Gerusalemme, Riccardo Cuor di Leone, continuò le sue trattative con Saladino, addivenendo ad un accordo che faceva di Gerusalemme una città aperta ad ogni popolo e ad ogni religione. Quindi intraprese il viaggio del ritorno in patria, nel corso del quale, fece naufragio sulle coste dell’Istria. Catturato ed accusato di aver fatto accordi con gli infedeli, anzichè riconquistare Gerusalemme, venne imprigionato in Austria dall’Imperatore Enrico VI. Con questo atto ebbe termine la Terza Crociata.

quarta crociata

1198

La Quarta Crociata venne bandita da papa Innocenzo III con lo scopo di porre fine alla politica di espansione attuata dal sultano d’Egitto. La crociata veniva però a ledere gli interessi commerciali della Repubblica di Venezia, che traeva enormi profitti dai traffici commerciali con l’Egitto. Quando l’esercito crociato si trovò radunato al gran completo nel porto di Ancona, i comandi cristiani si accorsero di non avere in denaro sufficiente per poter pagare il trasporto delle truppe in Terra Santa. Il doge di Venezia Enrico Dandolo , approfittando dell’occasione, propose ai comandanti crociati, di prestare la loro opera per riportare le città di Trieste e di Zara, oltre alle popolazioni dell’Istria, sotto il dominio di Venezia; in cambio egli si sarebbe offerto di trasportarli in Oriente. Il patto venne accettato, ma se per Trieste e l’Istria bastò una semplice dimostrazione di forza, per la città di Zara fu necessario un vero e proprio assedio che si concluse con il massacro della popolazione civile. Nonostante le proteste del papa per il massacro di popolazioni cristiane, Venezia continuò a servirsi dei crociati per i propri scopi: anzichè in Egitto, essi vennero portati dai veneziani a Costantinopoli, con la scusa di voler fare della città la base operativa per l’attacco contro i Musulmani. Agli inizi del Duecento, l’Impero Bizantino era in piena decadenza. Nelle campagne il feudalesimo avanzante aveva ridotto il ceto dei contadini liberi, dal quale l’esercito bizantino traeva buoni soldati. L’artigianato ed il commercio, un tempo molto fiorenti, languivano ora per la concorrenza delle città italiane, ed in particolar modo dopo le crociate. La decadenza economica, comportò anche una minore possibilità di mantenere in servizio la numerosa flotta e gli eserciti imperiali, che vennero drasticamente ridotti, esponendo di conseguenza i propri confini alla minaccia nemica. Le secolari guerre contro i Turchi avevano logorato le forze imperiali e sottratto all’Impero Bizantino la maggior parte dei domini in Asia Minore. Sul continente europeo, Bulgaria e Serbia avevano conquistato la propria indipendenza, riducendo così il territorio dell’impero d’Oriente alla Tracia, all’Albania, alla Grecia e ai pochi possedimenti nell’Asia Minore. Sul confine occidentale, esso doveva far fronte alle continue aggressioni da parte dei Normanni di Sicilia prima, e dell’Imperatore tedesco Enrico VI poi. Il malcontento della popolazione per questa situazione, sfociava in sanguinosi tumulti ai danni dei mercanti occidentali e specialmente veneziani, che avevano fissato la propria dimora a Costantinopoli. Fu proprio uno di questi tumulti a fornire a Venezia il pretesto per chiudere i conti con l’Impero Bizantino, dal quale un tempo ricevette civiltà, arte e commercio, ma che ora era divenuto per la Repubblica un fastidioso concorrente. Una volta giunte a Costantinopoli, le truppe crociate vennero incoraggiate dai veneziani all’aggressione, allettate con la prospettiva di un ricco bottino. I crociati riuscirono a penetrare nell’altrimenti imprendibile città, solo con il tradimento, ed una volta al suo interno compirono una terribile strage, sottoponendola in seguito ad un saccheggio senza pari nella storia. In città erano infatti conservati intatti i tesori di questa antica cultura, manoscritti, quadri e statue che vennero in gran parte distrutti, causando un’enorme perdita per la civiltà mondiale. Papa Innocenzo III protestò molto duramente per lo scempio compiuto ai danni della grande città cristiana , che falsava gli scopi della crociata da lui indetta. Sulle rovine dell’Impero Bizantino, venne istituito l’Impero Latino, del quale venne nominato sovrano Baldovino di Fiandra, che ebbe giurisdizione sulla Tracia e su di una parte della Grecia, che vennero infeudate a signori occidentali. I maggiori guadagni da questa crociata, li ottennero i veneziani, che oltre la concessione di molte isole nel Mare Egeo, le coste della Morea ed un quartiere di Costantinopoli, tennero sotto tutela l’Impero Latino, sfruttandone le attività economiche. Gli ex dignitari Greci sfuggiti al massacro, ricostituirono il proprio impero in Asia Minore, eleggendo a capitale la città di Nicea, mentre sulle coste dell’Albania costituirono il Despotato d’Epiro. Dopo circa 60 anni, profittando dell’ostilità della popolazione verso i conquistatori, nel 1261 essi riuscirono a rientrare a Costantinopoli, dove ricostituirono nominalmente l’Impero Bizantino. Si trattava naturalmente dell’ombra dell’antica potenza bizantina. La crociata del 1204 aveva infatti assestato un colpo mortale alla sua potenza. Le conseguenze di ciò furono gravissime per tutto l’occidente: l’indebolimento di quello che era stato un baluardo che per secoli aveva difeso l’Europa dalle invasioni provenienti da Oriente, permise ai Turchi di espandersi non solo in Asia Minore, ma anche nella Penisola Balcanica e nell’Europa centrale. Il danno maggiore lo ebbe proprio la Repubblica di Venezia, che perse quasi tutti i propri domini nel Mediterraneo orientale.

quinta crociata

1217 - 1221

Morto Innocenzo IIII (16 luglio 1216) fu eletto a succedergli l'an­ziano card. Cencio Savelli che prese il nome di Onorio III (1216-1227). Il papa continuò la pre­parazione della crociata pro­mossa da Innocenzo III, ma la corrispondenza dei pa­esi cristiani fu scarsa.

Il re di Germania Federico II (1215-1250), avrebbe do­vuto partecipare alla crociata, ma la prima spedizione, che partì nel 1217, fu guidata dal re Andrea II d'Ungheria e dal duca Leopoldo d'Austria, mentre Federico II era rimasto in Germania, assorbito dagli impegni di assicurare il trono di Germania a suo figlio Enrico VII.

Principe geniale e dotato di una vasta cultura, Federico, che aveva fondato l'Università di Napoli, fu il rappresentante di quella cultura mi­sta di elementi arabi e latini che fiorì in Sicilia, come an­che di quello spirito laico che non si sente più legato alle norme della concezione medievale del mondo e per questo fu un pre­cur­sore del Rinascimento, anche se non può definirsi come il primo sovrano mo­derno. L'Italia meridionale fu il fulcro della sua potenza tanto che, dal 1220 al 1250, si trattenne in terra tedesca solo due volte.

Nella dieta di Francoforte, dell'a­prile 1220, Federico II fece eleggere re dei Romani suo figlio Enrico, di nove anni e già re di Sicilia e lo affidò al valido arci­vescovo Enghelberto di Colonia, reggente di Germania e tutore di Enrico.

Questa elezione avvenne nonostante la promessa che Federico II aveva fatto a Innocenzo III nel 1216, se­condo cui l'autorità di Enrico doveva rimanere limitata al regno di Sicilia, feudo pontificio. Il prezzo di questa elezione furono ampie con­cessioni ai principi ecclesiastici che divennero veri e propri so­vrani dei loro terri­tori, con un conseguente indebolimento del po­tere impe­riale in Germania.

Quindi, il 22 novem­bre dello stesso anno, Federico II si fece incoronare imperatore, a Roma, per le mani del card. Ugolino di Ostia.

In quell'occa­sione, d'accordo con il papa, l'im­peratore rinnovò la sua ade­sione alla crociata e fissò come data di partenza l'agosto 1221. In realtà, più che preparare la crociata, Federico II era preoccupato di or­ganizzare il suo regno di Sicilia e di estendere la sua autorità sui domini papali dell'Italia centrale allo scopo di demolire l'edificio politico co­struito da Innocenzo III. Finché, nel trat­tato di S. Germano (presso Cassino), concluso il 25 luglio 1225 con il papa, Federico II ac­cettò come termine improro­gabile per la partenza l'agosto 1227, pena la scomu­nica. Ma prima che scadesse il termine del rinvio -era già il nono- Onorio morì.

sesta crociata

1228 - 1229

La sesta crociata ebbe luogo tra il 1228 e il 1229 ed ebbe come assoluto protagonista Federico II di Svevia e di Sicilia. Fu l'unica crociata pacifica, risolta per vie diplomatiche, evitando lo scontro militare. A dispetto di ciò, fu anche quella che ottenne le maggiori conquiste territoriali per lo schieramento crociato.
Storia

Dopo il fallimento della quinta crociata, l'imperatore Federico II fu esortato da Onorio III a guidare una crociata in Terrasanta (come promesso al pontefice dopo la sua incoronazione nel 1220), ma, per motivi politici ne aveva più volte ritardato l'inizio. Nel 1223 Federico rinnova il voto fatto, ma rimanda la partenza per problemi sorti nei suoi territori siciliani. Il papa è sempre convinto che per poter vincere gli islamici e riconquistare Gerusalemme è fondamentale che a capo della spedizione vi sia l'imperatore. Per convincere ed esortare Federico all'impresa, il papa nel novembre del 1225 riesce a combinare il matrimonio dell'imperatore con Isabella, figlia di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme. Ma quando nel 1227, a causa di una malattia, fu costretto a rimandare la crociata ancora una volta, venne scomunicato da papa Gregorio IX. Ciononostante, l'anno successivo, Federico si recò a Gerusalemme, mentre il Papa lo definiva “Anticristo”.
Preparativi diplomatici

La crociata fu preceduta da un'accorta fase preparatoria, su un terreno squisitamente diplomatico: nell'estate 1227, Federico II aveva inviato Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo a lui fedelissimo, in missione diplomatica in Egitto, insieme a Tommaso I d'Aquino, conte di Acerra[1]: recando con sé ricchissimi doni, tra cui pietre preziose e un cavallo sellato d'oro[1] Berardo aveva il delicato compito di saggiare le interessanti prospettive di intesa appena apertesi con il sultano ayyubide, il curdo al-Malik al-Kāmil[2].

Federico era cresciuto nella Palermo normanna di Ruggero II, in un ambiente “multiculturale” impregnato di influssi arabi. Parlava correntemente l'arabo, e a stento il tedesco. Giunse in Terrasanta accompagnato dalle sue guardie del corpo musulmane, in uno sfarzo di tipo orientale, distinguendosi così da tutti i crociati che lo avevano preceduto.
Svolgimento

L'imperatore si era messo in viaggio con un esercito relativamente ridotto, ed era giunto ad Acri nel settembre 1228. L'11 febbraio 1229 concluse un accordo con al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino e Sultano ayyubide, che con Federico aveva dei buoni rapporti di amicizia diplomatica (vista anche la vicinanza tra Sicilia e costa africana): i cristiani avrebbero riavuto Betlemme, Nazaret, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin), oltre a Gerusalemme, ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà. Ai musulmani era però permesso di accedervi (pace di Giaffa) in quanto considerato luogo santo anche da essi. Gerusalemme inoltre veniva ceduta smantellata e indifendibile.

Il 18 marzo 1229 Federico II ricevette la corona di re di Gerusalemme grazie al precedente matrimonio con Isabella II di Brienne (che ormai era già defunta), nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i grandi feudatari; lo stesso patriarca non riconosce l'incoronazione e lancia l'interdetto su Gerusalemme. Sul piano formale non si trattava di un'autentica incoronazione, in quanto Federico era colpito da una scomunica, che non gli permetteva di partecipare a cerimonie religiose né di ricevere benedizioni.

Il trattato di pace fu una dimostrazione dell'apertura e della tolleranza di Federico II verso gli Arabi e l'Islam. Il sultano al-Malik al-Kāmil aveva anche motivi politici per intavolare trattative con i cristiani, perché stava preparando una campagna contro suo fratello al-Mu'azzam di Damasco e non voleva essere disturbato da eventuali iniziative dei crociati.

Il trattato è di rilevanza mondiale, e unico ancor oggi per il compromesso tra gli interessi dell'Oriente e quelli dell'Occidente. Tra le sue conseguenze vi fu un aumento enorme degli scambi culturali e commerciali tra Levante e Europa. Esso, però, poté reggere solamente fintanto al-Malik al-Kāmil rimase in vita e Federico II riuscì ad esercitare la propria influenza sul regno di Gerusalemme. I loro discendenti non fecero nulla affinché il contrasto tra mondo cristiano e mondo islamico non si acuisse nuovamente.

Federico rimase per alcuni mesi in Terra Santa, cercando senza successo di mettere ordine nella devastata situazione del regno. Probabilmente all'inizio c'era la volontà di governare il suo impero dalla nuova sede di Gerusalemme, ma dopo alcuni mesi, visto che il suo clamoroso successo gli aveva attirato solo critiche, visto che era sempre scomunicato e che le rivolte continuavano in tutto l'impero, decise di lasciare la Terrasanta il 1º maggio 1229.

Il rapporto con il papato, però, non migliorò granché: il papa era deluso dalla vittoria effimera e in balìa dei musulmani di una Gerusalemme smilitarizzata, senza mura e indifendibile, inoltre il papa non vedeva di buon occhio la soluzione diplomatica, che non era nei piani; anche l'incoronazione da scomunicato non fu gradita. Ma la ragione forse più importante era il risentimento del papa per il nuovo successo di quell'imperatore ormai molto scomodo, che originariamente doveva, nelle intenzioni papali, metterlo in difficoltà, magari farlo sparire dalla scena come era accaduto al nonno di Federico, il Barbarossa. Il risultato fu la paradossale crociata contro Federico II. Solo nel 1230, con il Trattato di San Germano, fu revocata la scomunica a Federico II.

Questa crociata viene talvolta contata come quinta: in questi computi non si considera infatti la fallita crociata del 1217-1221.

settima crociata

1248 d.c. - 1254 d.c.

Antefatti

La situazione vicino-orientale era all'epoca caratterizzata dalla sempre più massiccia avanzata dei Mongoli di Gengis Khan che, nella loro progressione verso occidente, avevano investito con tutta la loro forza il potente regno del Khwārezm (l'antica Corasmia), distruggendo nel 1219 quanto era stato creato dalla dinastia dei Khwārezmshāh.

Jalal al-Din Mankubirni (o Mangburni), figlio dell'ultimo sovrano dell'Impero corasmio, ʿAlāʾ al-Dīn Muhammad, nel tentativo di ridar vita al regno paterno, si mise alla testa di nutrite bande di Corasmi, percorrendo con loro in armi le regioni medio e vicino-orientali per depredarle o per offrirsi in qualità di mercenari ai vari signorotti.

Il sultano della dinastia ayyubide, fondata da Saladino, era al-Malik al-Kāmil, che aveva stretto un accordo con Federico II di Svevia nell'ambito della sesta crociata, oltre ad essere l'oggetto di un romanzato incontro con san Francesco d'Assisi che valse all'Ordine dei francescani da lui creato la Custodia di Terrasanta.
L'esercito di corasmi e mamelucchi

Quando era ancora principe, al-Sālih Ayyūb (al-Sālih Najm al-Dīn Ayyūb), figlio di al-Malik al-Kāmil, aveva cominciato a comperare schiavi per farne soldati (Mamelucchi, dall'arabo mamlūk, "schiavo") e ad arruolare sbandati Corasmi per potersene servire per i suoi ambiziosi fini, guadagnandosi il logico sospetto del padre che lo relegò precauzionalmente nei periferici soggiorni sorvegliati siriani di Hisn Hayfa.

Quando il padre, morendo, indicò per succedergli l'altro suo figlio al-ʿĀdil II Abū Bakr, al-Sālih Ayyūb gli diede guerra. Dopo un iniziale rovescio e un'ulteriore segregazione di sei mesi ad al-Karak in Siria, riuscì a sovvertire la designazione paterna grazie ai suoi Corasmi e Mamelucchi, diventando nel 1240 nuovo Sultano di Egitto e Siria.

Nel 1244 la soldataglia corasmia fu lanciata da al-Sālih Ayyūb contro i suoi parenti ayyubidi siriani, eliminando ogni traccia di resistenza interna al sultanato ayyubide. Le bande corasmie rimasero nelle aree mesopotamiche e siriane settentrionali, pronte a far valere - grazie alla loro supremazia militare - la loro prepotente ingordigia in razzie e predazioni. La pressione dei Mongoli cacciò dalla Mesopotamia i predoni corasmi, i quali vennero accolti dall'emiro ayyoubida d'Egitto, che li assoldò per combattere contro la nemica coalizione dei ayyubidi di Siria. Raggruppati in diecimila, i predoni razziarono le città cristiane di Tiberiade e depredarono la città di Gerusalemme il 23 agosto 1244, indifendibile a seguito degli accordi della Sesta Crociata, dando luogo a atroci efferatezze (come le macabre riesumazioni delle spoglie degli antichi re crociati nella basilica del Santo Sepolcro) e al massacro di 30.000 cristiani. In seguito, i mercenari sconfissero una coalizione franco-musulmana siriana a La Forbie il 17 ottobre 1244[1].
Il Concilio di Lione

La notizia dei massacri in Terrasanta sconvolsero la cristianità. Durante il concilio di Lione vennero esaminati la perdita di Gerusalemme, l'invasione mongola -che aveva già abbattuti diversi regni islamici- ed anche il conflitto in Sicilia tra impero e papato. Federico II venne scomunicato per la seconda volta e, quando si decise di organizzare una nuova spedizione crociata in Terrasanta, l'organizzazione ed il comando furono affidati a Luigi IX, re di Francia.

L'organizzazione della crociata aveva quindi un aspetto molto locale, coinvolgendo il regno di Francia senza la partecipazione del Sacro Romano Impero di Federico II.
La Crociata
Preparazione della crociata

Luigi IX di Francia, destinato dopo la morte alla gloria degli altari, aveva già fatto voto di prendere la croce durante una grave malattia, prima ancora della caduta di Gerusalemme[2]. Dopo il 1245 iniziò a reclutare soldati ed invitò i suoi fratelli e gli altri principi con i loro vassalli a farsi crociati e a partire per l'Outremer. Cercò, inoltre, di convincere anche gli altri sovrani occidentali, ma con scarsi risultati: solo Enrico III di Inghilterra permise che la crociata fosse predicata nel suo regno e alla fine permise che 200 cavalieri vi si unissero solo nel 1249. Luigi cercò anche di rappacificare papa ed imperatore, ma nessuno dei due fu disposto ad truppe, per cui questa crociata rimase totalmente francese.

La preparazione della crociata fu completa sotto ogni aspetto; il re si assicurò che tutto fosse moralmente corretto: fece condurre una indagine per appurare se avesse fatto dei torti a chicchessia e nel caso si impegnò a riparare; vietò ogni guerra privata e si impegnò per una moratoria di tre anni sugli interessi dei debiti. Affidò la conduzione del regno alla madre Bianca di Castiglia e sul piano materiale si impegnò a sostenere economicamente circa la metà dei crociati ed organizzò in maniera ottimale il trasporto ed il vettovagliamento delle truppe con la firma di contratti puntuali con armatori di Marsiglia e di Genova.
Damietta e al-Mansūra

Il re salpò il 25 agosto 1248 dal porto francese di Aigues-Mortes alla volta dell'Egitto e con lui vi furono i fratelli Roberto I d'Artois, Alfonso III di Poitiers e Carlo d'Angiò, i duchi di Bretagna e di Borgogna e molti altri nobili ed un esercito circa 15.000 uomini. La sua scelta della meta era sensata, perché in Europa era ben chiaro che la forza dei musulmani risiedeva non tanto nelle abbastanza derelitte regioni siriane quanto al Cairo, dove aveva appunto eretto la propria capitale la dinastia fondata da Saladino.

A metà del 1249 la flotta crociata sbarcò dunque a Damietta, sul delta del fiume Nilo. Nei pressi si ergeva la città di al-Mansūra, allora capitanata da un promettente ufficiale mamelucco, Baybars.

Superate le deboli difese di Damietta, i crociati si bloccarono davanti ad al-Mansūra, rifiutando sdegnosamente un'accomodante proposta del sultano ayyubide di scambiare l'importante porto di Damietta con Gerusalemme (che per i musulmani, all'epoca, non rivestiva soverchia importanza e che, comunque, gli Ayyubidi pensavano, o speravano, di poter riconquistare in un futuro non troppo lontano).

L'ambizioso sovrano francese urtò però contro le imprendibili mura di al-Mansūra e le inusuali capacità di resistenza di Baybars, che sperava - come infatti avvenne - di ricevere rinforzi determinanti dall'Emiro ayyubide Fakhr al-Dīn ibn al-Shaykh. Questi, impegnato in Siria contro gli Ospedalieri ad ʿAsqalān (Ascalona), dopo avere sconfitto i suoi esigui avversari giunse nel delta del Nilo e, accerchiate a sua volta le forze crociate, ne impose la resa.

Inutile fu un tentativo di resistenza di Luigi IX. Mentre la dissenteria prendeva a mietere vittime non minori dello scorbuto e del tifo, il sovrano francese - ammalatosi e curato da un valente medico arabo - fu addirittura catturato, e venne liberato dalla moglie solo dopo il difficile pagamento di un riscatto di 800.000 bisanti d'oro, che i Templari furono letteralmente obbligati ad anticipargli.
Conseguenze
Luigi IX trascorse altri quattro anni in Terra Santa, nell'inutile tentativo di rianimare Outremer, al termine dei quali dovette però tornare nel suo regno, senza aver ottenuto altro risultato se non quello, abbastanza insignificante, di un avvicinamento fra il Principato di Antiochia e la monarchia armena della Cilicia.

ottava crociata

1270

L'ottava crociata fu diretta contro i domini musulmani in Africa settentrionale. Fu guidata da re Luigi IX, sotto pressione di papa Clemente IV. Il re francese riprese la croce il 24 marzo 1267, anche se ben pochi imitarono il suo gesto, tra questi suo fratello Carlo I d'Angiò, Giacomo I d'Aragona e Enrico III d'Inghilterra.

L'obiettivo della crociata non fu Gerusalemme o l'Egitto, ma Tunisi; Lo scopo dichiarato della spedizione sarebbe stata la conversione forzata dei regnanti di Tunisi per far sì che essi si alleassero con i Franchi nella guerra contro i Mamelucchi di Baybars, attaccandone i loro confini occidentali, confinanti coi domini hafsidi di Muhammad I al-Mustansir.

Nel luglio del 1270 l'esercito francese partì in gran parte da Aigues Mortes e da Marsiglia mentre i sovrano partì su una nave della Repubblica di Noli; i diversi contingenti fecero tappa in Sardegna e proprio a Cagliari il re rese ufficialmente noto al suo esercito che l'obiettivo sarebbe stato Tunisi. Il re sbarcò a Cartagine e iniziò a porre sotto assedio Tunisi, in attesa dell'arrivo del fratello Carlo d'Angiò e degli inglesi; ma l'assedio si prolungò molto e la peste e la dissenteria decimarono l'esercito, e uccisero prima il secondogenito del re, Giovanni Tristano, e poi il 25 agosto lo stesso re. Carlo d'Angiò prima di tornare in Sicilia con i resti della sua spedizione, concluse un trattato con il Califfo musulmano di Tunisi, grazie al quale otteneva il possesso di Malta e di Pantelleria.

nona crociata

1271 - 1291

La nona crociata è solitamente considerata l'ultima crociata medievale ad essere stata condotta contro i musulmani in Terra Santa. Per molti storici non si tratta di una crociata a sé stante, ma della continuazione della precedente.

Edoardo I d'Inghilterra giunse a Tunisi troppo tardi e non riuscì dunque a soccorrere Luigi IX di Francia morto mesi prima; tuttavia, insieme al fratello di quest'ultimo, Carlo d'Angiò re di Sicilia, proseguì verso Acri, capitale di quel che restava del Regno di Gerusalemme. I due giunsero a destinazione nel 1271, proprio mentre il sultano mamelucco Baybars stava ponendo sotto assedio Tripoli del Libano, l'ultimo territorio rimasto della contea di Tripoli. Tre anni prima, nel 1268, Baybars aveva conquistato Antiochia, ultimo possedimento del principato d'Antiochia e, dopo aver costruito la prima flotta mamelucca, proprio nel 1271 era sbarcato a Cipro, mettendo sotto assedio Ugo III di Cipro (formalmente re di Gerusalemme). La sua flotta venne tuttavia distrutta.

Edoardo, in realtà, fece ben poco: si limitò infatti a negoziare una tregua di undici[1] anni tra Ugo (appoggiato dai cavalieri della famiglia Ibelin di Cipro) e Baybars, sebbene questi avesse inizialmente tentato di assassinarlo inviandogli alcuni suoi uomini con la scusa di voler ricevere il battesimo cristiano. Viene, inoltre, negoziato il libero accesso dei pellegrini a Gerusalemme. Edoardo tornò in Inghilterra nell'anno seguente (1272) per essere incoronato re dopo la morte del padre Enrico III.

Durante la crociata, Edoardo fu accompagnato da Teobaldo Visconti, destinato a diventare papa nel 1271 con il nome di Gregorio X. Lo stesso Gregorio proclamò una nuova crociata (sarebbe stata la decima) durante il concilio di Lione nel 1274, ma il suo appello rimase inascoltato.
Conseguenze

Carlo, tuttavia, tentò di approfittare della disputa tra Ugo III, i Cavalieri templari e i Veneziani nel tentativo di prendere il controllo di Acri. Dopo aver acquistato i diritti di Maria d'Antiochia al trono di Gerusalemme, attaccò Ugo III, nominalmente ancora re di Gerusalemme. Fu così che nel 1277 Ugo da San Severino prese Acri per conto di Carlo.

Successivamente, Venezia invocò una nuova crociata contro Costantinopoli (dopo quella del 1203-1204), dove Michele VIII Paleologo aveva da poco ristabilito l'autorità dell'impero bizantino. Nel 1281 il papa Martino IV diede la sua approvazione a tale impresa: i francesi di Carlo sbarcarono a Durazzo e da lì proseguirono per terra, mentre i Veneziani scelsero la strada del mare. Tuttavia, dopo i Vespri siciliani del 31 marzo 1282 istigati da Michele VIII, Carlo si vide costretto a rientrare. Questa, comunque, fu l'ultima spedizione intrapresa contro Bizantini o musulmani in Oriente.

Nel 1291, quando alcuni cristiani attaccarono una carovana siriana provocando la morte di 19 mercanti musulmani, il sultano mamelucco Khalīl (al-Malik al-Ashraf) richiese un risarcimento per questo incidente. Visto che le sue richieste rimasero inascoltate, il Sultano decise di porre sotto assedio Acri, ultimo avamposto crociato in Terra Santa, lo stesso anno. La città cadde dopo 43 giorni di resistenza. Dopo il massacro di 60.000 prigionieri, Khalīl continuò nella sua conquista della Palestina, cancellando qualsiasi traccia del dominio crociato.

crociata alessandrina(decima crociata)

1365 - 1368

La crociata alessandrina fu una crociata organizzata nel 1365 da Pietro I di Lusignano, re di Cipro e di Gerusalemme.Premessa

Pietro I di Lusingano allora, oltre alla titolarità del regno di Cipro aveva anche quella del Regno di Gerusalemme, puramente onorifica, visto che la città di Gerusalemme era saldamente in mano musulmana. Convinto fin da giovanissimo della necessità di liberare Gerusalemme, riportandola sotto la sovranità cristiana, e frenato in questo dal padre Ugo IV, dopo la morte di quest'ultimo[1] decise di dar corso al suo vecchio progetto. All'inizio del 1363, egli intraprese un viaggio in Europa, accompagnato dal suo cancelliere Philippe de Mézières e dal legato pontificio Pietro Thomas, recandosi anche ad Avignone ove incontrò papa Urbano V dal quale ottenne l'approvazione e l'appoggio per la nuova crociata. Egli incontrò inoltre numerosi monarchi europei Giovanni il Buono, re di Francia e l'imperatore Carlo IV, fra i quali il Papa designò a dirigere la crociata il re francese, il quale tuttavia morì poco dopo (8 aprile 1364). Pietro proseguì nei suoi sforzi e, sempre con l'appoggio del papa, riuscì a reclutare soldati in continente ed una flotta presso i veneziani.
La crociata contro Alessandria

Pietro I si diresse con la flotta da Venezia a Rodi ove giunse all'inizio di settembre del 1365. Qui si unirono a lui numerosi appartenenti all'Ordine dei cavalieri ospitalieri. L'esercito di Pietro I fu il più consistente dopo quello della terza crociata.

La destinazione della flotta con l'esercito in essa imbarcato fu tenuta segreta da Pietro I fino a quando le navi non ebbero lasciato le sponde rodigine: si trattava del porto egiziano di Alessandria.

Pochi giorni dopo lo sbarco, il 9 ottobre 1365, i crociati riuscirono a penetrare in Alessandria attraverso una breccia nel muro che cintava la città e questa fu conquistata, saccheggiata e praticamente distrutta nei giorni successivi. La popolazione fu massacrata o deportata.
L'attacco a Libano e Siria

Da Cipro ora Pietro I volle attaccare Beirut ma dovette rinunciarvi dietro le pressanti richieste dei veneziani, che gli offrirono persino un congruo indennizzo a patto che evitasse di attaccare la via commerciale che portava a Damasco. Nel gennaio del 1366 le truppe di Pietro I attaccarono e saccheggiarono le città di Tripoli e Tartus, prima che i partecipanti europei alla crociata rientrassero in patria. Pietro I non cercò di tenere tuttavia le due città, poiché esse erano prive di mura difensive.

Nel 1368 Pietro I cercò nuovamente di acquisire truppe in Europa, ma il tentativo non ebbe successo. Tutti questi attacchi inasprirono il sultano dell'Egitto, che per ritorsione rese difficile la vita ed i commerci ai cristiani, per cui, dietro pressioni di papa Urbano V e della Repubblica di Venezia, Pietro I cercò di concludere un trattato di pace con il sultano stesso.